mercoledì 10 febbraio 2010

Fotogiornalismo: c'è un limite all'orrore?

Immagina di essere un fotografo inviato in una delle tante zone martoriate di questo povero pianeta.
Immagina che dalla redazione ti avvisino che è scoppiata una bomba in un mercato cittadino.
Immagina di arrivare sul posto prima dei soccorsi e di trovare corpi dilaniati e sopravvissuti disperati. Fotografi questo inferno e mandi il tutto al tuo caporedattore.

Immagina, ora, di essere il caporedattore: hai avvisato il tuo fotografo e aspetti le fotografie.
Immagina di essere seduto alla tua postazione: le fotografie sono arrivate e molte sono sconvolgenti.
Immagina di dover scegliere quali fotografie pubblicare: tocca a te decidere cosa mostrare di quell'orrore, e cosa nascondere. In altre parole:
"Should the world be exposed to the brutality of this type of image or should this visual horror be confined to those exposed to it first hand – the victims themselves, those passing by and the journalists and security forces who attend the scenes? And if your answer is no, what is the point in sending journalists to the scene in the first place? Should we hide this from the world? Do we as news gathers have the responsibility to show it as it is – in my mind yes, we do. Does the fact that this was an attack on a hospital make a difference on what level of brutality should be seen – I think so, yes. Maybe you disagree.
People expect the truth and as responsible journalists we should deliver the truth, no matter how ugly it may be." (Russel Boyce, Chief Photographer per l'Asia dell'agenzia Reuter, Just how brutal should a picture be?)
Personalmente ritengo che -nel rispetto della correttezza dell'informazione- nulla debba essere nascosto: i fotografi devono avere "anche" il coraggio di "prenderci a cazzotti" e, a rischio di provocarci conati di vomito, mostrarci cosa vuole dire la guerra, il terrorismo, l'odio, la sofferenza, la fame, la malattia, la persecuzione, la paura.

Qualcuno dirà (o ha già detto) che immagini così forti non sono necessarie, che un evento può essere documentato in altri modi, con (e questo è il mio commento) "espedienti" fotografici che diventano metafora della realtà.

Personalmente, come detto, non condivido questa impostazione, ma ogni volta che ne parlo (vedi sotto) mi fermo a riflettere.


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